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Qualitá o complessitá?

La consuetudine di aumentare in modo graduale la complessitá degli esercizi via via che gli allievi progrediscono, si basa su principi logici e comuni a tutte le discipline.

A volte nelle scuole private, dove magari gli allievi non hanno lezioni con frequenza quotidiana, questa consuetudine prende una piega un po’strana.

Se nei primi anni di studio, l’etá e le richieste tecniche sono facilmente in armonia tra loro, mano mano che i ragazzi crescono, i maestri hanno la tendenza ad aumentare la complessitá degli esercizi in modo esponenziale, rispetto alla loro reale capacitá di eseguirli in modo corretto.

La premessa è questa: dal punto di vista cognitivo, gli studenti crescendo diventano sicuramente piú abili a ricordare sequenze lunghe e difficili ma, se la quantitá e la frequenza delle loro lezioni non aumenta in proporzione, non potranno mai raggiungere le condizioni muscolari giuste per eseguire gli esercizi richiesti in modo corretto.

Non so voi, ma ho avuto l’impressione che, nel tentativo di dare ai ragazzi stimoli nuovi continuamente, si perda l’occasione di incidere davvero sulla loro preparazione: come se fosse necessario aumentare ad ogni costo il numero di giri, l’altezza della gamba o eseguire intricate combinazioni che mettono alla prova i riflessi ma non aiutano a rinforzare un gran ché….

E peggio ancora, il messaggio che arriva agli allievi è che, se nella lezione non c’è nessuna particolare nuova sfida, questa non sia davvero servita ad imparare qualcosa in piú.

Dai… è capitato a tutti di avere la mamma di turno che dice (a volte con un filo di imbarazzo) che la bimba in questione si lamenta perché “facciamo sempre le stesse cose”. E allora i maestri si scapicollano, da un lato a spiegare che la sbarra bisogna farla sempre bla-bla-bla e dall’altro, alla lezione successiva magari infilano il “nuovo salto” cosi la bambina sará contenta e con lei tutta la classe.

In questo modo noi maestri entriamo in un loop un po’ tossico nel quale, pensando di dover dare stimoli nuovi, in realtá, li “distraiamo” dal coltivare e sentire quel lavoro profondo che, davvero, serve a stratificare la loro competenza e portarli al livello successivo.

Sappiamo bene che, in tutti i metodi di studio, c’è una saggia e consolidata gradualitá e che bisogna fare delle richieste sempre crescenti agli allievi.

Peró parliamoci chiaro: nel mondo vero, e specialmente nel mondo delle scuole private amatoriali, si è sempre alla ricerca di un equilibrio tra le proposte del maestro e la reale “capacitá” degli studenti; dove per “capacitá” intendiamo interesse,  quantitá di lezioni, capacitá fisiche, frequenza e tante altre cose. Ci sono situazioni nelle quali, se dovessimo basarci sulla prontezza degli allievi… sarebbero ancora a due mani alla sbarra a 15 anni.

Quando gli allievi crescono e le capacitá cognitive, emozionali e anche -perché no- artistiche aumentano velocemente ma la tecnica migliora ad un ritmo diverso, credo che dovremmo insistere molto di piú sulla ripetizione, magari attirando l’attenzione dei ragazzi  su aspetti diversi ogni volta (accenti dinamici, sensazioni diverse, uso dello spazio, allungamento della linea per citarne alcuni) in modo che gli allievi si concentrino piú sul COME che sul COSA e possano raggiungere un’efficacia maggiore, ottenendo cosí miglioramenti piú significativi.

Quella che viene definita “ripetizione intenzionale” è proprio quel perseverare nell’esercizio che, grazie alla concentrazione, permette ai ragazzi di superare i propri limiti: la gratificazione che viene dal riconoscere i risultati è inoltre di sostegno nel proseguire ed insistere anche nei giorni no e sappiamo che… ce ne sono sempre!

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